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Pubblicato venerdì 19 Febbraio, 2021

La psicoterapia non sai mai quando finisce!

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. (Alessandro Baricco)

La paura che la psicoterapia sia un processo infinito è storia vecchia. In effetti non si può negare che alcuni fenomeni culturali abbiano veicolato questa percezione.

Ad esempio certi film americani, in cui -in maniera più o meno caricaturale- aleggia la presenza del terapeuta-psicanalista come riferimento costante nella vita quotidiana. 

Alla base c’è un altro equivoco: l’identificazione della psicoterapia con la psicanalisi, la terapia del profondo. Ci hanno detto in mille modi che solo scavando nell’origine più profonda e nell’inconscio si può sperare di risolvere un problema psicologico. E per scavare ci vogliono anni, e una frequenza di tre o quattro incontri a settimana.

La realtà è un po’ diversa. La psicoterapia non è identificabile con la psicanalisi, che ha un suo senso e una sua logica ma è solo una delle opzioni possibili. Esistono orientamenti psicoterapeutici che permettono di affrontare e risolvere i problemi efficacemente e profondamente in tempi molto più rapidi. 

La psicoterapia è un processo che ha un inizio e una fine. Un terapeuta non ci accompagna per mano in tutte le stagioni della nostra vita. Questo è un fatto estremamente positivo, perché la psicoterapia ha la sua ragion d’essere nella costruzione delle capacità di consapevolezza e di autonomia, fattori indispensabili per diventare terapeuti di se stessi e affrontare da soli le difficoltà, una volta terminata la psicoterapia stessa.

Ma dire a priori quanto durerà una psicoterapia non è facile, a dispetto di alcune affermazioni che girano su Internet in cui si definiscono tempi precisi addirittura in termini di numero di sedute.

In realtà non è neanche così utile, perché crea aspettative non sempre realistiche. E’ molto utile, invece, sapere che la durata della psicoterapia è commisurata alle modalità della singola persona, è calibrata su di lei, fatto salvo il modello teorico di riferimento del terapeuta. Ma vediamo in dettaglio i fattori coinvolti.

Perché è difficile stabilire a priori la durata di una psicoterapia? 

Per capire bisogna fare dei distinguo e considerare una serie di dati e di parametri.

Un dato di cui tener conto è l’orientamento del terapeuta, il modello teorico cui fa riferimento. Da ogni modello teorico discendono differenti tecniche da applicare nella terapia. Esistono modelli teorici che presuppongono in genere tempi maggiori o minori di altri. 

Ma in psicoterapia le tecniche rivestono un’importanza relativa: possono essere determinanti per la soluzione di problemi di lieve entità, ma per problemi più complessi il ruolo della relazione terapeutica è in primo piano, e questo fattore è trasversale ai vari orientamenti. Come dire che senza una buona alleanza terapeutica non si va da nessuna parte. Ma una buona alleanza terapeutica va costruita, ed ecco che entrano in campo i diversi parametri da considerare. 

Quindi, dato un certo orientamento terapeutico (Cogntivo Comportamentale, Sistemico Relazionale, Dinamico, Gestaltico, Breve Strategico ecc.), vediamo qui di seguito i principali parametri che intervengono sulla maggiore o minore durata della terapia.

Motivazione al cambiamento

Non sempre ad una grande sofferenza corrisponde una grande motivazione. In alcuni casi è addirittura assente, e la persona che si rivolge al terapeuta attribuisce il suo disagio a fattori esterni, e magari ci consulta su indicazione di qualcuno (un medico, un parente) ma non sente di avere un problema psicologico.

Dato che la terapia è un impegno e richiede energie e fatica – perché mettersi in discussione è sempre faticoso – il livello di motivazione incide pesantemente sulla durata. Se manca, la terapia non parte affatto. Se è scarsa, il paziente va aiutato a costruirla. Quindi il grado di motivazione del paziente influisce sui tempi della terapia.

Aspettative

Quello che una persona si aspetta dalla psicoterapia incide sui tempi. Ad esempio, l’aspettativa potrebbe essere che il terapeuta debba risolvere i miei problemi, oppure che mi darà dei consigli, mi dirà come fare. Queste aspettative sono incongrue, perché la psicoterapia è un processo di crescita, non una serie di istruzioni per l’uso, e in quanto tale non prevede che qualcuno risolverà i miei problemi al mio posto. 

Ma finché il paziente ha queste aspettative non è nelle condizioni di riflettere su se stesso e sui fattori che hanno creato in lui il disagio, quindi prima di tutto va aiutato a cambiare prospettiva, a prescindere da quale sia il suo disagio specifico.

Capacità del paziente di riflettere su se stesso

Non tutte le persone riescono ad osservare se stesse, e questa capacità può essere influenzata negativamente anche dal problema stesso. In alcuni casi l’ansia è tale da togliere lucidità e rendere difficile il lavoro terapeutico. Sarà necessario, a volte, avvalersi di una consulenza psichiatrica che permetta, con la prescrizione di adeguati farmaci, di abbassare il livello di attivazione (arousal) del paziente permettendogli di ritrovare concentrazione e contatto con se stesso per poter lavorare efficacemente sulla sua terapia. Portare il paziente a migliorare la propria capacità di individuare pensieri, emozioni e comportamenti e ad avere almeno una minima percezione della interdipendenza di questi fattori è indispensabile sia per individuare con chiarezza il suo funzionamento interno, sia per ottenere risultati terapeutici.

Coinvolgimento del paziente nella terapia

Senza la partecipazione attiva del paziente non si realizzano grandi risultati. C’è una variabilità nel portarsi a casa la terapia, eseguendo con attenzione eventuali homework e guardando agli avvenimenti quotidiani da nuove angolazioni sperimentate in seduta. Questo incide sulla durata della terapia, perché un maggiore coinvolgimento abbrevia decisamente i tempi. 

Tipo di problema e gravità

Affrontare un problema insorto di recente può richiedere un tempo più breve rispetto a casi in cui il disagio sia stato a lungo trascurato e si sia stabilizzato. C’è anche da considerare che più il disagio è antico, stabile e profondo, più va ad intaccare proprio quelle capacità di autoriflessione di cui si parlava qualche paragrafo fa, il che come già detto allunga ulteriormente i tempi.

Tempi di elaborazione

Ogni persona ha i suoi tempi per metabolizzare le nuove acquisizioni date dalla terapia. A volte la risposta è veloce, altre volte c’è bisogno di più tempo perché una persona faccia sue certe consapevolezze, cioè le acquisisca in profondità e non solo come ragionamenti astratti. In ogni caso questi tempi vanno rispettati e non sono prevedibili a priori. Ogni paziente è veramente un caso a sé, e in quanto tale va accolto e aiutato a trovare il proprio benessere.

Rete sociale e sostegno

Alcuni pazienti hanno una rete di relazioni affettive che li sostengono nel percorso intrapreso, altri non possono godere di questo appoggio. Ad esempio, può capitare che le condizioni economiche non consentano uno svincolo dalla famiglia, o che le dinamiche familiari che contribuiscono al mantenimento del disagio del paziente siano molto stabili e rendano più difficile il cambiamento.

Eventi imprevisti

Nel periodo in cui la terapia svolge possono accadere eventi (lutti, cambiamenti nell’ambiente di lavoro, ad esempio, ma anche eventi positivi) che cambiano il quadro di riferimento e possono richiedere attenzione e incidere sulla durata della terapia, sia aumentandola che riducendola.

Terapia come processo ciclico

Una psicoterapia non ha un andamento costante e lineare. Periodi di grande motivazione e cambiamento si alternano a periodi di apparente stasi, e di minore coinvolgimento da parte del paziente. Questo andamento è fisiologico, perché alla luce dei progressi del paziente si ridefiniscono in maniera iterativa obiettivi e modalità di intervento.

Il succedersi di fasi nella terapia è definito da marcatori precisi che assumono valore per ogni paziente in tempi diversi e non prevedibili a priori se non con grande approssimazione.

In conclusione

Considerando i principali parametri coinvolti, la durata di una psicoterapia può essere definita a priori soltanto a grandi linee. E’ più corretto ipotizzare la durata di una terapia in termini di unità di misura del tempo necessario -ovvero indicando se richiederà settimane, mesi o anni- che non dichiarare, ad esempio, quanti mesi, quante settimane (addirittura quante sedute) saranno necessari.

Se alcuni approcci presuppongono per loro stessa natura durate di anni, altri consentono previsioni più contenute in termini di mesi o anni, ma andare oltre una definizione a spanne non è molto utile, e a volte è controproducente perché crea aspettative che possono destabilizzare il paziente. Un paziente che si è sentito dire che avrebbe risolto i suoi problemi in 10 sedute e invece vede che i tempi sono maggiori può pensare che ciò che sta facendo sia inefficace e demotivarsi. La conseguenza può essere un abbandono precoce di una psicoterapia che invece stava funzionando, con costi emotivi molto alti.

Se davvero la psicoterapia non sta funzionando, invece, è necessaria una grande dose di onestà e di umiltà da parte del terapeuta: se uno psicoterapeuta si accorge che il lavoro con un paziente non va avanti e non apporta alcun cambiamento, deve affrontare con lui questo problema, individuare insieme a lui cosa non sta avendo l’efficacia attesa, e se necessario suggerirgli un percorso diverso e inviarlo eventualmente da un collega più idoneo per lui.

In ogni caso, la durata di una buona psicoterapia non è lunga o breve: è quella utile a creare un nuovo equilibrio e un nuovo benessere in una persona che provava un disagio che limitava la sua vita.

Foto di valentinsimon da Pixabay 

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