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Pubblicato mercoledì 29 Aprile, 2020

A cosa servono le emozioni?

Il tuo intelletto può confonderti, ma le tue emozioni non ti mentiranno mai. (Roger Ebert)

Le emozioni sono il faro che ci illumina, l’unico elemento assolutamente autentico che abbiamo a disposizione per orientarci nella nostra vita. 

Rappresentano lo strumento di conoscenza più affidabile che abbiamo. Un ragionamento, per quanto articolato e argomentato, potrebbe essere fondato su presupposti poco solidi o non veritieri. È impossibile, invece, falsificare un’emozione.

Ma a cosa servono le emozioni?

L’origine delle emozioni ha a che fare con la sopravvivenza. In particolare, quelle emozioni che definiamo primarie (la rabbia, la gioia, la paura, la tristezza, il disgusto, la sorpresa, il disprezzo) sono risposte adattive a stimoli interni ed esterni, che preparano l’organismo a mettere in atto comportamenti che, a seconda delle situazioni, ci salvano la vita attraverso la fuga, l’attacco, la resa. L’attivazione del Sistema Nervoso Autonomo provoca manifestazioni fisiche finalizzate alla sopravvivenza:

  • L’attivazione del Sistema Nervoso Simpatico provoca l’aumento della quantità di sangue che viene pompata, della capacità di attivazione, della pressione sanguigna, dell’ampiezza dei bronchi. In questo modo il corpo viene predisposto all’attacco e alla fuga. Per questo motivo quando abbiamo paura, o proviamo rabbia, o ci sentiamo minacciati, o veniamo colti di sorpresa, il nostro corpo ci manda dei segnali precisi e sentiamo il cuore in gola, il respiro affannoso, i muscoli contratti. 
  • L’attivazione del Sistema Nervoso Parasimpatico provoca una diminuzione della gittata cardiaca, della contrattilità dei muscoli, dell’ampiezza dei bronchi. Questo permette il riposo e favorisce comportamenti di ritiro e di resa. É ciò che accade quando, ad esempio, sveniamo alla vista del sangue, o quando ci sentiamo tristi e privi di energia per affrontare gli impegni quotidiani. 

La specie umana non sarebbe sopravvissuta senza queste emozioni e i loro correlati fisici. 

Emozioni primarie come la gioia o il disprezzo hanno anche lo scopo di far capire agli altri i nostri bisogni, per comunicare all’interno dei gruppi, per creare coesione. E anche il gruppo è un fattore di sopravvivenza, è difficile immaginare che la specie avrebbe potuto conservarsi fino a noi senza l’azione congiunta verso un obiettivo, la protezione reciproca all’interno di comunità sociali. 

Il disgusto ha salvato i nostri progenitori da sostanze velenose che li avrebbero uccisi.

Schematizzando al massimo, possiamo affermare che le emozioni primarie regolano il nostro avvicinamento o allontanamento da qualcosa o da qualcuno, a fini di sopravvivenza.

Gli studi di Paul Ekman – che fin dagli anni ’50 ha condotto ricerche sulle espressioni facciali e sulle emozioni – hanno mostrato che queste emozioni primarie sono innate, e non a caso – proprio in quanto garanti della sopravvivenza – sono universali, cioè non dipendono da fattori di etnia o di cultura.

Più tardi nello sviluppo compaiono emozioni secondarie, mediate dal pensiero e dalla metacognizione, ovvero dalla capacità di riflettere sugli stati mentali propri e altrui.

Sono emozioni complesse perché combinano insieme le emozioni primarie.  A differenza delle primarie, risentono pesantemente di fattori culturali, perché si sviluppano grazie alle relazioni familiari e sociali.

Sono l’allegria, l’invidia, la vergogna, l’ansia, la rassegnazione, la gelosia, la speranza, il perdono, l’offesa, la nostalgia, il rimorso, la delusione.

Non solo queste emozioni derivano da interazioni sociali, ma servono a regolarle. Servono a comunicare i nostri bisogni e ad interagire. 

Ma perché funzionino al meglio è necessario che abbiamo la capacità di riconoscerle e di gestirle.

Riconoscere e gestire le emozioni

La paura, che ci ha salvato la vita nella notte dei tempi, può diventare ansia se percepiamo una minaccia costante e indefinita. Le manifestazioni fisiche sono le stesse, ma invece di aiutarci a sopravvivere diventano un ostacolo al nostro benessere psicofisico. 

Dietro le emozioni che proviamo ci sono dei pensieri. Si tratta di pensieri difficili da afferrare, perché attraversano come meteore la nostra mente e hanno un’apparente ovvietà che ce li rende poco visibili. 

Non sono ragionamenti. Sono pensieri automatici.

Se devo fare un esame e provo ansia, potrei pensare “non ce la farò mai a superarlo, perché non ho studiato abbastanza”. Questo NON è un pensiero automatico.

Dietro questo ragionamento potrebbe esserci un pensiero tipo “non sono capace neanche di studiare, non valgo nulla”, “non andrò da nessuna parte, sono un  fallito”. Questi SONO pensieri automatici. Può trattarsi anche di immagini, come dei flash. Sono comunque assunti categorici che generano emozioni e le relative manifestazioni fisiche. 

I pensieri automatici che abbiamo a fronte di una stessa situazione sono diversi da individuo a individuo, e questo spiega come mai persone diverse vivono in maniera molto diversa esperienze apparentemente simili.

Come si fa, quindi, a far sì che le nostre emozioni siano per noi uno strumento utilissimo e non un giogo che si abbatte su di noi e ci rende schiavi?

Abbiamo bisogno di compiere un’indagine per individuarle e riconoscerle. Gli indizi sono le sensazioni fisiche. Siamo una unità inscindibile di Corpo e Mente, e le emozioni, come dicevamo, hanno correlati fisici ben identificabili. Alcuni li abbiamo descritti, altri impariamo pian piano a individuarli osservando noi stessi.

Una volta percepiti i segnali fisici (fase 1), possiamo dare un nome all’emozione che stiamo provando (fase 2). 

Terza fase dell’indagine: identificare i pensieri automatici che hanno dato origine a quella precisa emozione. Questo è forse il passo più difficile, perché i pensieri più elaborati, di un livello superiore, basati sulla logica e il ragionamento, si mettono in mezzo e ci sbarrano la strada verso l’individuazione dei pensieri automatici, i veri responsabili della nostra emozione. 

Innegabilmente utili nell’esecuzione di compiti, nell’approfondimento e nello studio, i nostri ragionamenti ci buttano fumo negli occhi quando vogliamo conoscere il nostro funzionamento e saperne di più sulla nostra vita emotiva.

Allora bisogna fare una specie di percorso a ritroso e arrivare al nodo della questione.

Facciamo un esempio. L’autobus che devo prendere mi è sfrecciato davanti al naso. Mi sento improvvisamente fiacca e priva di energie. Sono triste e scoraggiata. Penso: la mattina ci metto troppo tempo a prepararmi, per questo faccio tardi.

Questo pensiero mi fa capire la tristezza che ho provato? No.

Scaviamo un altro po’, allora. Forse sotto sotto penso che la mia vita sia un fallimento, ho perso tanti autobus e questo è l’ennesimo, non riuscirò mai a combinare niente di buono. Questo sì, che mi fa capire la tristezza!

Perché è utile che capiamo su quali pensieri automatici si fondano le nostre emozioni? 

Perché solo individuandoli possiamo metterli in discussione. Quanto è vero che non ho mai combinato niente nella mia vita? E quella laurea che ho preso? Me l’hanno regalata? E quel lavoro che ho svolto con successo? E se quella volta ho proprio sbagliato, quale insegnamento posso trarre da quella esperienza?

Mettere a nudo l’irrazionalità, la non veridicità dei pensieri automatici che ci provocano emozioni negative e sofferenza è necessario per smascherarli, e per togliere loro quella forza che li rende profondamente dannosi per noi e per la nostra vita di relazione.

Ti propongo uno strumento per rilevare le sensazioni fisiche, i pensieri e le emozioni che provi in specifiche circostanze. Si tratta di una scheda da compilare ogni volta che ti accorgi di provare una sensazione fisica particolare, o un’emozione. Dall’una puoi risalire all’altra e al pensiero sottostante. 

All’inizio usa questa scheda per rilevare le emozioni positive, per prendere confidenza con il metodo. Successivamente potrai utilizzarla anche per circostanze ed emozioni che ti hanno provocato disagio.

In ogni caso è fondamentale tener presente che questa rilevazione, a dispetto delle apparenze, non è affatto semplice. Al contrario, richiede attenzione e va affinata nel tempo perché possa essere uno strumento nelle tue mani.

Scarica qui la Scheda di Rilevamento delle Emozioni.

Foto di Pixaline da Pixabay