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Pubblicato lunedì 20 Aprile, 2020

Psicopregiudizi/05: Basta un amico!

Per capire i sentimenti degli altri devi innanzitutto comprendere i tuoi. (Daniel Goleman)

Che ci vado a fare da uno psicologo? Ho tanti amici!

Parlare con un amico quando abbiamo un problema fa sicuramente bene, perché ci fa sentire capiti e amati. Un amico ci può aiutare a risollevarci il morale quando siamo giù di corda, e può darci dei consigli molto utili.

Ma se abbiamo un problema psicologico un amico, anche se ci vuole molto bene, non può fare gran che per aiutarci a risolverlo.

Perché? 

Se abbiamo un problema psicologico (cioè un profondo disagio, una stranezza, una difficoltà nel fare le cose quotidiane, angoscia, malessere) abbiamo bisogno di capire innanzitutto di cosa si tratta, e poi di cambiare i presupposti, i fattori che tengono in vita quel disagio nonostante i nostri sforzi. 

Per fare questo abbiamo bisogno di alcune condizioni particolari, che un amico non può soddisfare:

  • Non sentirci giudicati. Il nostro problema può apparirci imbarazzante e dobbiamo sentirci liberi di parlarne, senza temere di perdere la stima o l’affetto di chi ci ascolta.
  • Sentirci accettati per come siamo. In psicoterapia si parte da quello che siamo per costruire insieme al terapeuta un nuovo equilibrio più soddisfacente.
  • Sentirci ascoltati profondamente. Per far questo è necessario che chi ci ascolta non abbia con noi coinvolgimenti affettivi, che rischiano di condizionare la sua percezione nei nostri confronti.
  • Sentire che siamo il centro del discorso in quel momento. Abbiamo bisogno che chi ci ascolta sia concentrato su di noi e solo su di noi, per aiutarci ad essere a nostra volta concentrati su noi stessi. Soltanto in queste condizioni possiamo innescare un processo di esplorazione e di cambiamento.
  • Sentire che chi ci ascolta sa di cosa stiamo parlando e possiede le competenze per aiutarci concretamente a superare quel preciso tipo di problema. Anni di studio, di esperienza e di lavoro su di sé serviranno pure a qualcosa! Lo psicoterapeuta mastica queste cose da anni, le ha studiate, sperimentate, incontrate in varie forme e vari modi, le conosce come le sue tasche. Le ha elaborate a livello personale, è consapevole di se stesso, dei suoi limiti, delle sue fragilità e sa come gestire tutto ciò. Ma non basta! Lo psicoterapeuta ha qualcosa in più: la consapevolezza che non esiste una persona uguale all’altra, né un problema uguale all’altro, e che ogni processo di cambiamento presuppone la cura della relazione tra paziente e terapeuta, e questa relazione richiede la capacità di capire e gestire sul momento tutto ciò che avviene in seduta, in maniera favorevole alla crescita del paziente. Il terapeuta, cioè, osserva il paziente, ma osserva anche se stesso, e deve farlo mantenendo in ogni momento la sua autenticità. Facile, no?

Un amico, anche il più caro, anche quello che ci vuole più bene di tutti, il più disponibile e sensibile, il più equilibrato e consapevole, non può darci tutto questo CONTEMPORANEAMENTE!

Inoltre il suo coinvolgimento affettivo con noi può destabilizzarlo, nel momento in cui ci scopre magari diversi da come ci aveva sempre visti, e questo può incrinare il nostro rapporto con lui.

Un amico non ha le competenze per aiutarci in maniera strutturata ad affrontare problemi psicologici. Anche se fosse uno psicoterapeuta non potrebbe farlo, proprio a causa del coinvolgimento emotivo e affettivo nei nostri confronti.

A questo proposito è importante ricordare che lo stesso Codice Deontologico degli Psicologi Italiani (art.28) sanziona qualsiasi intervento diagnostico, di sostegno psicologico o di psicoterapia nei confronti di persone con le quali ci siano state o siano in essere relazioni personali significative.

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